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giovedì 17 maggio 2012

Leucemia mieloide acuta. Trovato il marker che ne svela la prognosi

Potrebbe presto essere possibile predire quali sono le persone in cui la patologia avrà un esito peggiore e dunque trovare per loro terapie specifiche. Tutto merito della scoperta di un marker genetico, capace di scovare in anticipo i casi peggiori.
17 MAG - Del Dna la ricerca scopre ogni giorno qualche segreto in più. Tra questi quelli che riguardano le funzioni di regolazione e in particolare il ruolo dei più piccoli frammenti del nostro genoma. Oggi, da questo campo di ricerca arriva una nuova scoperta, che potrebbe rappresentare una speranza per prevenire e sconfiggere un tipo di leucemia mieloide acuta (Aml): un gruppo di ricerca della Ohio State University ha infatti scovato una particolare molecola, il microRna-3151, che sembrerebbe funzionare come marker prognostico indipendente della patologia nei pazienti i cui cromosomi risultano normali ad un’analisi citogenetica. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Blood. La leucemia mieloide acuta è una malattia caratterizzata da diverse aberrazioniricorrenti nella morfologia complessiva dei cromosomi. Tuttavia, circa il 50% dei pazienti adulti affetti da AML risultano citogeneticamente normali (CN-AML). Il team ha però scoperto che in questo tipo di pazienti se il microRna-3151, una piccola molecola dal singolo filamento di Rna lungo una manciata di nucleotidi, risulta sovra espresso, i trattamenti funzionano mediamente peggio, e i malati hanno meno possibilità di remissione della patologia e aspettativa di vita più breve. I ricercatori hanno osservato questo effetto in particolare su un campione di 179 pazienti di età uguale o superiore ai sessanta anni.Secondo gli scienziati, questa correlazione sarebbe inoltre indipendente da altre mutazioni genetiche che potrebbero essere presenti nelle cellule.Inoltre, la molecola è codificata dal gene Baalc, che è esso stesso un marker indipendente di bassa sopravvivenza. “I pazienti che presentavano sia il microRna-3151 che Baalc in grandi quantità, dunque, risultavano avere delle prognosi ancora peggiori di chi aveva solo uno dei due sovraespresso, che a loro volta presentavano risultati peggiori rispetto a chi aveva livelli normali sia del gene che della molecola”, ha spiegato Clara D. Bloomfield, docente alla Ohio State e prima autrice dello studio. “Questo indica come questi agiscano tramite meccanismi diversi, che però danno lo stesso risultato: rendere la patologia più resistente ai trattamenti e i pazienti meno longevi”.Lungi dall’essere solo una terribile notizia per chi presenta le alterazioni, secondo i ricercatori la scoperta potrebbe essere usata per scegliere da subito la corretta terapia con cui trattare ogni paziente, dunque andando nella direzione di una cura sempre più personalizzata.
Fonte: quotidianosanità

venerdì 17 febbraio 2012

Leucemia mieloide cronica. Verso nuove possibilità terapeutiche

Lo studio arriva dall’Austria, ma vede la collaborazione di un ricercatore italiano. Il lavoro spiega il ruolo della proteina STAT5, che nei soggetti malati è necessaria per lo sviluppo della patologia. E che dunque potrebbe essere usata come bersaglio terapeutico.17 FEB - A volte gli errori portano a lavorare ancor di più a trovare una soluzione. Questo è anche quanto successo al ricercatore italiano Giulio Superti Furga, che insieme ai colleghi del Centro di Ricerca per la Medicina Molecolare dell’Austrian Academy of Sciences (CeMM) sta cercando nuove terapie per sconfiggere le forme più comuni di leucemia mieloide cronica contro le quali i trattamenti sperimentali sembrano essere inefficaci. I risultati di questo lavoro sono pubblicati su Nature Chemical Biology.

Circa cinque volte su sei, la tipologia di leucemia che colpisce gli adulti è la cosiddetta leucemia mieloide cronica (CML), il cui trattamento di solito si basa sulla somministrazione di inibitori della proteina che causa la condizione, la tiroxina chinasi. Per molte persone però questa terapia non è affatto efficace, tanto che sviluppano una resistenza non superabile che cambiando trattamento. Recenti scoperte avevano suggerito che per questi pazienti la soluzione potesse essere usare come bersaglio un’altra chinasi coinvolta nello sviluppo della CML, l’enzima JAK2. Nei globuli bianchi delle persone sane questa chinasi attiva un’altra molecola, STAT5, che è necessaria allo sviluppo della malattia nei soggetti patologici.

La strategia usata dal ricercatore italiano e della sua collega Veronica Sexl,dell’Università di Medicina Veterinaria di Vienna, è dunque proprio quella di inibire JAK2. In questo modo, secondo gli scienziati è possibile finalmente diminuire l’attivazione della via di segnalazione JAK/STAT presente nelle cellule di pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche e leucemie acute.
Fino ad ora però non si era mai arrivati a capire cosa succeda quando JAK2 è disattivata nelle cellule CML. Secondo lo studio pubblicato su Nature Chemical Biology, invecem sembra che i diretti responsabili della proliferazione del cancro del sangue siano proprio i geni difettosi e non più JAK2. In altre parole, l’inibizione della molecola STAT5 nella leucemia mieloide cronica era sufficiente a prevenire la proliferazione delle cellule tumorali. “Ciò significa che in questa malattia tutte le vie metaboliche sono state riscritte”, ha spiegato la ricercatrice: “l’attività di STAT5 non dipende più da JAK2, dunque possiamo usare lei come bersaglio primario”.

Queste scoperte potenzialmente hanno stabilito un nuovo punto di partenza per le ricerche atte a individuare nuove strategie per i pazienti che resistono alle terapie più frequentemente usate. Questo austriaco/italiano è un risultato di fondamentale importanza per lo sviluppo della ricerca scientifica oncologica, che arriva “grazie” ad un’iniziale sconfitta. Ora che i ricercatori sono riusciti a trarre conclusioni interessanti sul come le cellule leucemiche modifichino i loro segnali di ricezione, aprendo in tal modo un nuovo filone di ricerca, non sembrano essere disposti a fermarsi. “La collaborazione è stata fruttuosa e non la fermeremo, abbiamo altro da scoprire su questo argomento”, ha concluso Superti Furga.
Fonte: quotidianosanità.it

giovedì 15 dicembre 2011

LEUCEMIA: BIMBI A RISCHIO SE IL PADRE E' UN FUMATORE

(AGI) Washington, 15 dic. - Uno studio australiano ha rilevato che i bambini i cui padri fumavano al momento del concepimento hanno un rischio maggiorato almeno del 15 per cento di sviluppare la forma piu' comune di cancro infantile, la leucemia linfoblastica acuta (LLA). E sebbene lo studio, pubblicato sul Journal of Epidemiology, individui anche altri fattori di rischio, esso arriva a conclusioni che sono sulla stessa linea di ricerche precedenti. Anche se e' il piu' comune cancro infantile, questo tipo di leucemia e' ancora rara e colpisce 3/5 bambini ogni 100mila. I ricercatori hanno esaminato le famiglie di quasi 300 bambini affetti da LLA, chiedendo le abitudine parentali riguardo al fumo; e hanno confrontato i dati con quelli raccolti tra 800 bambini sani e di eta' simile. Dallo studio risulta che il comportamento della madre non aumenta il fattore di rischio, al contrario di quello del padre; e i bambini i cui padri fumavano almeno 20 sigarette al giorno al momento del concepimento hanno un rischio che aumenta del 44 per cento. "L'importanza dell'esposizione al tabacco e il rapporto con i tumori infantili e' stato trascurato fino a poco tempo fa", ha commentato Patricia Buffler, docente presso l'University of California, Berkeley, che non ha partecipato allo studio: poiche' il tabacco e' pieno di tossine, tra cui anche sostanze cancerogene, non e' improbabile che produca danni nelle cellule che producono lo sperma. Secondo la Buffler, comunque lo studio non prova che il danno nel Dna dello sperma causi la leucemia in eta' pediatrica, perche' la malattia e' probabilmente legata a una molteciplita' di fattori (tra cui le radiazioni ionizzanti, i raggi X e l'esposizione della madre a pitture e pesticidi durante la gravidanza).

lunedì 5 settembre 2011

LEUCEMIA: INDIVIDUATE MUTAZIONI RISOLVIBILI CON FARMACI IN USO

(AGI) - Londra, 5 set. - Un team internazionale di ricercatori ha individuato un gruppo di mutazioni a carico dei linfociti T della leucemia linfoblastica acuta (T-ALL), e ha mostrato che alcuni farmaci, gia' in uso per il trattamento clinico di altre malattie, sono in grado di eliminare le cellule che trasportano queste mutazioni. I risultati, pubblicati dala rivista Nature Genetics, potranno stimolare lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici contro la leucemia. Lo studio e' stato condotto da Joao T. Barata dell'Istituto di Medicina Molecolare di Lisbona, Portogallo, in collaborazione con centri di ricerca di Brasile, Stati Uniti e America. Si tratta di uno studio con un potenzialmente enorme impatto clinico, e che e' stato compiuto in parte utilizzando campioni di sangue di pazienti affetti da leucemia pediatrica. La T-ALL colpisce infatti soprattutto i bambini: questa patologia e' un cancro del sangue che comporta una crescita incontrollata del numero di linfociti T (globuli bianchi del sistema immunitario). La malattia puo' essere scatenata da diverse mutazioni in quei geni coinvolti nella proliferazione e differenziazione delle cellule T.
L'identificazione e lo studio delle mutazioni trovate nei pazienti affetti da leucemia e' particolarmente importante per aiutare a sviluppare terapie piu' efficaci e precise. I ricercatori hanno ora individuato un gruppo di mutazioni che colpiscono il 9 per cento dei pazienti con T-ALL e che potrebbero essere all'origine della malattia. Gli scienziati hanno inoltre mostrato che alcuni farmaci sono in grado di eliminare l'effetto di queste mutazioni. Il nuovo studio ha fatto emergere che le mutazioni avvengono a carico del gene che codifica per una proteina localizzata sulla superficie delle cellule T, il recettore dell'interleuchina-7 (IL7R). Questa proteina ha contatti sia con l'esterno e l'interno delle cellule, agendo come ponte per trasferire le informazioni chimiche dall'esterno verso l'interno della cellula. Il trasferimento delle informazioni avviene mediante il legame fra una proteina (l'interleuchina-7) e il recettore, che innesca una cascata di reazioni cellulari essenziali per il corretto sviluppo e la proliferazione delle cellule-T. Per contrastare i tumori che presentano mutazioni del gene IL7R, il team di ricercatori ha studiato alcuni farmaci che agiscono in diverse fasi di questa cascata di reazioni cellulari scoprendo che questi farmaci - che sono gia' in fase di sperimentazione per il trattamento di alcune malattie come l'artrite reumatoide - possono fermare la proliferazione cellulare indotta nelle cellule mutate e promuovere la loro eliminazione.

giovedì 5 novembre 2009

LEUCEMIA, NUOVO FARMACO UCCIDE CELLULE MALATE

(AGI) - Londra, 5 nov. - Gli scienziati irlandesi che hanno realizzato la scoperta la considerano "rivoluzionaria": si tratta di un nuovo farmaco in grado di uccidere le cellule della leucemia. La molecola, ribattezzata PBOX-15, distrugge le cellule cancerose nei pazienti adulti con una prognosi negativa che hanno mostrato resistenza ad altri trattamenti. Il Professor Mark Lawler del Trinity College Dublin chiarisce che occorreranno dai tre ai cinque anni prima che la scoperta della sua equipe si traduca in un farmaco utilizzabile per la cura della leucemia. "Siamo ancora nelle prime fasi dello sviluppo della molecola; dobbiamo effettuare altri studi fondamentali, per esempio capire quali possano essere gli effetti collaterali", dice il professore. "Ma i primi risultati sono molto promettenti, vogliamo dare questa nuova speranza ai malati di cancro", aggiunge Lawler. Lo studio e' frutto di una collaborazione tra scienziati irlandesi (Trinity College Dublin, St James's Hospital, sempre a Dublino, e Belfast City Hospital) e italiani (dell'Universita' di Siena). Il Professor Lawler spiega che, nei test condotti sui pazienti affetti da leucemia, il farmaco ha attaccato e spezzato la struttura delle cellule malate. Il farmaco si e' dimostrato efficace anche nel trattamento della leucemia linfocitica cronica (Llc), il tipo di tumore del sangue e del midollo osseo che rappresenta la forma di leucemia piu' comune tra gli adulti nel mondo occidentale. Secondo l'equipe di Lawler, il PBOX- 15 e' risultato piu' efficace delle attuali cure usate per curare la malattia e ed e' riuscito a uccidere anche le cellule dell'Llc resistenti agli altri farmaci, come si legge sulla rivista Cancer Research.

martedì 27 ottobre 2009

LEUCEMIA: STUDIO ITALIANO SU QUALITA' VITA

(AGI) - Roma, 27 ott. - Pazienti che godono di una buona qualita' della vita e che risentono solo di alcuni effetti collaterali quali stanchezza, gonfiore e crampi muscolari; medici che ammettono di essere scrupolosi nell'informare sulla terapia, ma meno attenti a comunicare ai pazienti i possibili effetti del farmaco sulla vita sociale e familiare. Ecco i dati preliminari che emergono dal primo studio (a livello mondiale) che indaga la qualita' della vita delle persone affette da leucemia mieloide cronica e in terapia con Glivec, "il farmaco che ha rivoluzionato la terapia, assicurando alte percentuali di sopravvivenza, senza il quale non potremmo parlare oggi di qualita' della vita in questi pazienti". Cosi' Franco Mandelli, presidente dell'Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma, presentando questa mattina a Roma lo studio promosso dall'Ail insieme a Gimema Gruppo italiano malattie ematologiche dell'adulto e sostenuto da Novartis. La ricerca, che si concludera' il 15 dicembre, "ha coinvolto 27 centri Gimema italiani distribuiti tra Nord (11), Centro (9) e Sud (7), arruolando 382 pazienti (il 61% uomini e il 39% donne) in trattamento da almeno 3 anni con imatinib; il 50% da almeno 5 anni", ha spiegato Fabio Efficace, responsabile degli studi sulla qualita' della vita Gimema. "Siamo ancora in una fase di elaborazione dei dati - continua Efficace - ma alcune considerazioni importanti possono essere fatte. Il 21% dei medici ammette di non aver dato molte informazioni riguardo i possibili effetti della terapia sulla vita sociale-familiare del paziente, ma pensano di essersi dedicati 'molto' o 'moltissimo' a far rispettare l'esatta dose di imatinib (100%) e a informare sugli effetti indesiderati (95%) - spiega Efficace -. La percentuale di pazienti in terapia da molto tempo che non presenta sintomi specifici e', secondo i medici, molto elevata ma a ogni modo i medici valutano che i sintomi hanno un peso piu' rilevante nella vita delle donne rispetto agli uomini e nei pazienti sopra i 60 anni rispetto ai piu' giovani. Sintomi, quelli ritenuti piu' rilevanti, che sono la stanchezza, i crampi e la ritenzione idrica". "Sulla base di questi risultati - ha commentato il professor Mandelli definendo lo studio una collaborazione preziosa tra medici e volontari dell'Ail - potremo indicare al medico in modo accurato quali sono gli aspetti da correggere nei pazienti in terapia. Questo vuol dire che non ci accontentiamo piu' di far vivere piu' a lungo il paziente, se possibile di guarirlo, ma vogliamo che il percorso di cure non levi nulla alla qualita' della sua vita e a quella dei familiari".