(AGI) - Washington, 31 mag. - Provoca l'esplosione improvvisa del cuore, e' una malattia latente ed e' stata definita negli States "l'Aids del ventunesimo secolo". Si tratta del Morbo di Chagas, parassitosi trasmessa all'essere umano dalle cimici Triatomine dell'ordine degli Emitteri che diffondono la patologia succhiando il sangue come una comune zanzara. La malattia prende il nome da Carlos Chagas, medico brasiliano che all'inizio del Novecento scopri' la patologia infettiva nota anche come tripanosomiasi americana. A lanciare l'allarme epidemia e' una ricerca della Universita' del Maryland pubblicata su Plos-Neglected Tropical Diseases. Si calcola che siano circa 10 milioni le persone nel mondo infettate: di cui soltanto 30mila risiedono negli Stati Uniti, che hanno subito un'impennata della patologie a causa dei numerosi viaggi e rapporti commerciali con la vicina America Latina, in passato tra i focolai del morbo piu' attivi del pianeta.
Se diagnosticata precocemente, la malattia di Chagas che colpi' anche il naturalista Charles Darwin, puo' essere serenamente affrontata attraverso tre mesi di terapia farmacologica. Ma a causa della lenta incubazione, il morbo passa spesso inosservato e si diffonde a macchia d'olio attraverso le trasfusioni e di madre in figlio. E, ovviamente, attraverso il morso delle Triatomine che iniettano il pericoloso parassita nel sangue delle vittime provocandone la morte.
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giovedì 31 maggio 2012
lunedì 28 maggio 2012
Cuore. Per curarlo si useranno le stesse cellule "riprogrammate" del paziente malato
L'esperimento avviato in Israele. La novità è che le cellule di partenza sono state prelevate da pazienti malati di cuore. Riprogrammate per diventare muscolo cardiaco, funzionano perfettamente. Per ora test solo sui topi, prima dei trial su umani serviranno ancora anni.
26 MAG - Prendere cellule della pelle e trasformarle in cellule cardiache funzionanti potrebbe non essere più fantascienza. Alcuni ricercatori del Technion-Israel Institute of Technology e del Rambam Medical Center di Haifa in Israele sono riusciti a prelevare unità biologiche dal derma di pazienti malati di cuore e riprogrammarle in modo che potessero sostituire i tessuti danneggiati del cuore di un topo, integrandosi perfettamente con il muscolo. Per ora l’innesto è stato tentato solo su modello murino, ma entro cinque o dieci anni, dicono gli scienziati, si potrebbe testare la stessa procedura anche sugli esseri umani. La ricerca che descrive in che modo è stata pubblicata su European Heart Journal. Alcuni studi negli ultimi anni avevano già dimostratocome fosse possibile ricavare cellule staminali pluripotenti indotte dagli organismi giovani e sani, ma nessuno aveva mai dimostrato che lo stesso potesse avvenire con successo con dei pazienti più anziani e malati. “È proprio questo il tratto innovativo ed eccitante della nostra ricerca”, ha spiegato Lior Gepstein, docente di cardiologia e fisiologia al Tecnhion-Israel Institute. “Ora sappiamo che è possibile prelevare cellule dell’epidermide da un paziente anziano, anche nel caso che sia gravemente malato di cuore e trasformarle in laboratorio nel giro di 24-48 ore nei suoi stessi tessuti cardiaci, solo che più ‘giovani’ e perfettamente funzionanti, esattamente com’erano alla sua nascita. A quel punto le cellule possono essere ritrapiantate nel cuore in modo che si creino delle connessioni tra i tessuti normali e quelli generati da noi”.Per riprogrammare le cellule, gli scienziati hanno prelevato cellule della pelle di due pazienti malati di cuore (di 51 e 61 anni), inserendo all’interno di esse tre nuovi fattori di trascrizione (Sox2, Klf4 and Oct4), insieme ad una piccola molecola chiamata acido vaproico. Ma la cosa importante, spiegano gli esperti, è che questa riprogrammazione non includeva un fattore di trascrizione chiamato c-Myc, che era stato in precedenza usato per tecniche simili, ma che è oggi dimostrato essere cancerogeno. “Uno degli ostacoli nell’uso di cellule staminali pluripotenti indotte negli esseri umani è che queste potenzialmente possono sfuggirci di mano e provocare tumori”, ha spiegato il medico. “Questo rischio potrebbe scaturire da diverse caratteristiche, tra cui anche la presenza del fattore oncogeno c-Myc, così come il processo di integrazione usato per trasferire i nuovi fattori di trascrizione, che fa uso di un virus reso innocuo come veicolo”.Poiché le cellule da riprogrammare derivano direttamente dall’organismo, inoltre, il corpo non dovrebbe riconoscerle come estranee e dunque si elimina il problema del rigetto, sempre presente con i trapianti di tessuti o cellule. “Non abbiamo ancora testato tutta la procedura sugli umani, e perché questo avvenga dovremo aspettare ancora dai cinque ai dieci anni”, ha specificato Gepstein. “Tuttavia, essendo un autotrapianto di cellule, l’organismo non dovrebbe rigettarle, mentre nel caso delle nostre cavie dobbiamo somministrare dei farmaci antirigetto”. Dunque, precisano gli scienziati,ci vorrà ancora del tempo prima che questa tecnica possa essere utilizzata nella pratica clinica, visto che ci sono ancora degli ostacoli da superare. “Come già detto ci potrebbero volere anche cinque o dieci anni prima che i trial clinici possano avere inizio”, ha spiegato. “In particolare ci sono diversi ostacoli da superare prima che questo accada: riuscire a produrre un numero di cellule sufficiente per un impianto su esseri umani; sviluppare strategie di trapianto che migliorino la sopravvivenza, la maturazione, l’integrazione e il potenziale rigenerativo delle cellule; ottenere procedure sicure per eliminare il rischio di cancro o altri problemi cardiaci. Non ultimo, ci serve che l’industria finanzi tutto il processo, che potrebbe essere anche molto costoso. Ecco perché secondo me ci vorrà ancora tutto questo tempo”.
Fonte: quotidianosanità
26 MAG - Prendere cellule della pelle e trasformarle in cellule cardiache funzionanti potrebbe non essere più fantascienza. Alcuni ricercatori del Technion-Israel Institute of Technology e del Rambam Medical Center di Haifa in Israele sono riusciti a prelevare unità biologiche dal derma di pazienti malati di cuore e riprogrammarle in modo che potessero sostituire i tessuti danneggiati del cuore di un topo, integrandosi perfettamente con il muscolo. Per ora l’innesto è stato tentato solo su modello murino, ma entro cinque o dieci anni, dicono gli scienziati, si potrebbe testare la stessa procedura anche sugli esseri umani. La ricerca che descrive in che modo è stata pubblicata su European Heart Journal. Alcuni studi negli ultimi anni avevano già dimostratocome fosse possibile ricavare cellule staminali pluripotenti indotte dagli organismi giovani e sani, ma nessuno aveva mai dimostrato che lo stesso potesse avvenire con successo con dei pazienti più anziani e malati. “È proprio questo il tratto innovativo ed eccitante della nostra ricerca”, ha spiegato Lior Gepstein, docente di cardiologia e fisiologia al Tecnhion-Israel Institute. “Ora sappiamo che è possibile prelevare cellule dell’epidermide da un paziente anziano, anche nel caso che sia gravemente malato di cuore e trasformarle in laboratorio nel giro di 24-48 ore nei suoi stessi tessuti cardiaci, solo che più ‘giovani’ e perfettamente funzionanti, esattamente com’erano alla sua nascita. A quel punto le cellule possono essere ritrapiantate nel cuore in modo che si creino delle connessioni tra i tessuti normali e quelli generati da noi”.Per riprogrammare le cellule, gli scienziati hanno prelevato cellule della pelle di due pazienti malati di cuore (di 51 e 61 anni), inserendo all’interno di esse tre nuovi fattori di trascrizione (Sox2, Klf4 and Oct4), insieme ad una piccola molecola chiamata acido vaproico. Ma la cosa importante, spiegano gli esperti, è che questa riprogrammazione non includeva un fattore di trascrizione chiamato c-Myc, che era stato in precedenza usato per tecniche simili, ma che è oggi dimostrato essere cancerogeno. “Uno degli ostacoli nell’uso di cellule staminali pluripotenti indotte negli esseri umani è che queste potenzialmente possono sfuggirci di mano e provocare tumori”, ha spiegato il medico. “Questo rischio potrebbe scaturire da diverse caratteristiche, tra cui anche la presenza del fattore oncogeno c-Myc, così come il processo di integrazione usato per trasferire i nuovi fattori di trascrizione, che fa uso di un virus reso innocuo come veicolo”.Poiché le cellule da riprogrammare derivano direttamente dall’organismo, inoltre, il corpo non dovrebbe riconoscerle come estranee e dunque si elimina il problema del rigetto, sempre presente con i trapianti di tessuti o cellule. “Non abbiamo ancora testato tutta la procedura sugli umani, e perché questo avvenga dovremo aspettare ancora dai cinque ai dieci anni”, ha specificato Gepstein. “Tuttavia, essendo un autotrapianto di cellule, l’organismo non dovrebbe rigettarle, mentre nel caso delle nostre cavie dobbiamo somministrare dei farmaci antirigetto”. Dunque, precisano gli scienziati,ci vorrà ancora del tempo prima che questa tecnica possa essere utilizzata nella pratica clinica, visto che ci sono ancora degli ostacoli da superare. “Come già detto ci potrebbero volere anche cinque o dieci anni prima che i trial clinici possano avere inizio”, ha spiegato. “In particolare ci sono diversi ostacoli da superare prima che questo accada: riuscire a produrre un numero di cellule sufficiente per un impianto su esseri umani; sviluppare strategie di trapianto che migliorino la sopravvivenza, la maturazione, l’integrazione e il potenziale rigenerativo delle cellule; ottenere procedure sicure per eliminare il rischio di cancro o altri problemi cardiaci. Non ultimo, ci serve che l’industria finanzi tutto il processo, che potrebbe essere anche molto costoso. Ecco perché secondo me ci vorrà ancora tutto questo tempo”.
Fonte: quotidianosanità
mercoledì 2 maggio 2012
Ipertensione. Una combinazione di tre farmaci per trattare anche i pazienti più difficili
Pochi pazienti affetti da ipertensione da moderata a severa raggiungono i target di controllo pressorio ottimale, nonostante l’ampia disponibilità di farmaci antipertensivi. Una nuova opzione che riporta la pressione ai livelli normali quando l'associazione di due farmaci standard non ha successo.
02 MAG - La combinazione di tre principi attivi contro l’ipertensione, olmesartan, amlodipina e idroclorotiazide (O/A/H), potrebbe essere efficace contro la patologia e sicura per i pazienti anche per le persone con ipertensione da moderata a severa che non riescono a raggiungere livelli normali di pressione con le terapie standard. Tre studi clinici, presentati nel corso del 22° Congresso della Società Europea di Ipertensione, appena concluso a Londra, hanno infatti dimostrato che la combinazione costituisce una risposta efficace ad una delle questioni emergenti per la cura dell’ipertensione: la bassa quota di pazienti che raggiungono i target di controllo pressorio ottimale, nonostante l’ampia disponibilità di farmaci antipertensivi. La combinazione, prodotta da Daiichi Sankyo, associa tre dei più diffusi principi attivi somministrati ai pazienti per il trattamento dell’ipertensione arteriosa: l’olmesartan medoxomil (OLM), un sartano che inibisce l’azione dell’angiotensina-II, bloccandone il recettore; l’amlodipina (AML), un calcio antagonista; l’ idroclorotiazide (HCTZ), un diuretico. Il primo dei tre studi clinici è stato presentato da. Reinhold Kreutz, direttore dell’Istituto di Farmacologia e Tossicologia Clinica di Berlino: si tratta di un lavoro di 10 settimane, che mostra come un numero significativamente maggiore di pazienti con ipertensione da moderata a severa, trattati con l’associazione triplice O/A/H, abbia raggiunto livelli normali o limite di pressione arteriosa (120/80-<140/90 mmHg), rispetto ai pazienti trattati con associazione doppia dei soli olmesartan/amlodipina (O/A). Entrambi i regimi terapeutici sono stati ben tollerati, non evidenziando nessuna criticità in termini di sicurezza. Questi risultati indicano chiaramente che la combinazione triplice precostituita è il successivo passo razionale per il trattamento dell’ipertensione, in particolare in quei pazienti che non rispondono alla combinazione doppia (olmesartan+amlodipina). Un secondo studiodi 32 settimane, presentato da Lars-Christian Rump dell'Università Heinrich-Heine di Düsseldorf,è stato condotto su pazienti con ipertensione da moderata a severa che non avevano raggiunto i livelli di pressione arteriosa ottimale (<140/90 mmHg o <130/80 mmHg per pazienti con diabete e malattie renali o cardiovascolari croniche), con un dosaggio O/A/H di 40/10/12.5 mg. Queste persone hanno dimostrato di poter ottenere un netto miglioramento dei valori pressori al controllo ambulatoriale nelle 24 ore, semplicemente aumentando il dosaggio O/A/H a 40/10/25 mg, dosaggio ben tollerato proprio come quello più basso. I risultati di questo studio evidenziano la flessibilità delle combinazioni O/A/H nei pazienti che non rispondano al trattamento praticato, consentendo una personalizzazione dei dosaggi delle associazioni fisse. Il terzo studio,presentato da Massimo Volpe, docente di cardiologia all’Università La Sapienza e presidente della Società Italiana di Ipertensione Arteriosa, ha analizzato i cambiamenti della pressione sistolica in pazienti con ipertensione da moderata a severa, in seguito ad un trattamento con associazione triplice O/A/H per 54 settimane. L’analisi ha mostrato che il trattamento O/A/H in aperto a lungo termine è efficace e riduce la pressione sistolica di quasi tutti i pazienti al di sotto del valore di 140 mmHg. “Questi ultimi risultati clinici – ha sottolineato il medico – forniscono ulteriori prove dei benefici terapeutici per i pazienti ipertesi derivanti dall’impiego della combinazione triplice. L’abbassamento appropriato della pressione arteriosa infatti è essenziale per ridurre il rischio cardiovascolare nei pazienti ipertesi. I nuovi dati mostrano che la terapia con l’associazione triplice consente un’efficace riduzione della pressione, migliorando la capacità di gestione ad ampio spettro dell’ipertensione”. Questo ultimo studio, in particolare, va ad ampliare i risultati dello studio TRINITY, già pubblicato nel 2010, secondo cui l’abbassamento della pressione arteriosa e la percentuale di pazienti con ipertensione da moderata a severa che raggiungono il target pressorio attualmente raccomandato è più elevata con il trattamento in associazione triplice O/A/H, rispetto alla combinazione doppia dei singoli principi attivi, indipendentemente da genere, età, razza e severità dell’ipertensione.
Fonte: quotidianosanità
02 MAG - La combinazione di tre principi attivi contro l’ipertensione, olmesartan, amlodipina e idroclorotiazide (O/A/H), potrebbe essere efficace contro la patologia e sicura per i pazienti anche per le persone con ipertensione da moderata a severa che non riescono a raggiungere livelli normali di pressione con le terapie standard. Tre studi clinici, presentati nel corso del 22° Congresso della Società Europea di Ipertensione, appena concluso a Londra, hanno infatti dimostrato che la combinazione costituisce una risposta efficace ad una delle questioni emergenti per la cura dell’ipertensione: la bassa quota di pazienti che raggiungono i target di controllo pressorio ottimale, nonostante l’ampia disponibilità di farmaci antipertensivi. La combinazione, prodotta da Daiichi Sankyo, associa tre dei più diffusi principi attivi somministrati ai pazienti per il trattamento dell’ipertensione arteriosa: l’olmesartan medoxomil (OLM), un sartano che inibisce l’azione dell’angiotensina-II, bloccandone il recettore; l’amlodipina (AML), un calcio antagonista; l’ idroclorotiazide (HCTZ), un diuretico. Il primo dei tre studi clinici è stato presentato da. Reinhold Kreutz, direttore dell’Istituto di Farmacologia e Tossicologia Clinica di Berlino: si tratta di un lavoro di 10 settimane, che mostra come un numero significativamente maggiore di pazienti con ipertensione da moderata a severa, trattati con l’associazione triplice O/A/H, abbia raggiunto livelli normali o limite di pressione arteriosa (120/80-<140/90 mmHg), rispetto ai pazienti trattati con associazione doppia dei soli olmesartan/amlodipina (O/A). Entrambi i regimi terapeutici sono stati ben tollerati, non evidenziando nessuna criticità in termini di sicurezza. Questi risultati indicano chiaramente che la combinazione triplice precostituita è il successivo passo razionale per il trattamento dell’ipertensione, in particolare in quei pazienti che non rispondono alla combinazione doppia (olmesartan+amlodipina). Un secondo studiodi 32 settimane, presentato da Lars-Christian Rump dell'Università Heinrich-Heine di Düsseldorf,è stato condotto su pazienti con ipertensione da moderata a severa che non avevano raggiunto i livelli di pressione arteriosa ottimale (<140/90 mmHg o <130/80 mmHg per pazienti con diabete e malattie renali o cardiovascolari croniche), con un dosaggio O/A/H di 40/10/12.5 mg. Queste persone hanno dimostrato di poter ottenere un netto miglioramento dei valori pressori al controllo ambulatoriale nelle 24 ore, semplicemente aumentando il dosaggio O/A/H a 40/10/25 mg, dosaggio ben tollerato proprio come quello più basso. I risultati di questo studio evidenziano la flessibilità delle combinazioni O/A/H nei pazienti che non rispondano al trattamento praticato, consentendo una personalizzazione dei dosaggi delle associazioni fisse. Il terzo studio,presentato da Massimo Volpe, docente di cardiologia all’Università La Sapienza e presidente della Società Italiana di Ipertensione Arteriosa, ha analizzato i cambiamenti della pressione sistolica in pazienti con ipertensione da moderata a severa, in seguito ad un trattamento con associazione triplice O/A/H per 54 settimane. L’analisi ha mostrato che il trattamento O/A/H in aperto a lungo termine è efficace e riduce la pressione sistolica di quasi tutti i pazienti al di sotto del valore di 140 mmHg. “Questi ultimi risultati clinici – ha sottolineato il medico – forniscono ulteriori prove dei benefici terapeutici per i pazienti ipertesi derivanti dall’impiego della combinazione triplice. L’abbassamento appropriato della pressione arteriosa infatti è essenziale per ridurre il rischio cardiovascolare nei pazienti ipertesi. I nuovi dati mostrano che la terapia con l’associazione triplice consente un’efficace riduzione della pressione, migliorando la capacità di gestione ad ampio spettro dell’ipertensione”. Questo ultimo studio, in particolare, va ad ampliare i risultati dello studio TRINITY, già pubblicato nel 2010, secondo cui l’abbassamento della pressione arteriosa e la percentuale di pazienti con ipertensione da moderata a severa che raggiungono il target pressorio attualmente raccomandato è più elevata con il trattamento in associazione triplice O/A/H, rispetto alla combinazione doppia dei singoli principi attivi, indipendentemente da genere, età, razza e severità dell’ipertensione.
Fonte: quotidianosanità
lunedì 30 aprile 2012
Cardiologia: un sistema "restringe" cuore contro insufficienza
(AGI) - Londra, 30 apr - Un metodo che "restringe" il cuore dei pazienti con insufficienza cardiaca per aumentare le aspettative di vita. Il sistema, sviluppato a Liverpool, e' in fase di sperimentazione e prevede il ricorso alla stimolazione elettrica del nervo vago collegato al muscolo cardiaco. E' la prima volta che l'idea si sperimenta sugli uomini, dopo aver riscosso successi notevoli dalle prove effettuate su ratti e cani. Il primo paziente, come riporta la Bbc, sara' operato nei prossimi giorni. "Quando il cuore perde la sua abilita' di pompare, si riempie di sangue, diventa teso e si allarga: piu' si dilata, piu' aumentano i sintomi" hanno spiegato i ricercatori del Liverpool Heart and Chest Hospital. "Usando un mezzo, simili ad un pacemaker, sul nervo vago che corre verso il cuore, lanciamo stimoli elettronici che proteggono l'organo dagli effetti dell'adrenalina. L'idea sfruttata e' che, proteggendo il cuore, l'organo smettera' di subire il processo di allargamento e iniziera' a stringersi. Sicuramente non arrivera' alle dimensioni normali ma ne trarra' giovamento in termini di rendimento e tenuta".
Ictus: la manipolazione chiropratica puo' causarlo
(AGI) - Washington, 30 apr. - La manipolazione chiropratica della colonna vertebrale puo' causare ictus e persino la morte. E' quanto emerge da una ricerca della Division of Neurological Surgery, Barrow Neurological Institute, St. Joseph's Hospital and Medical Center, Phoenix (Arizona) pubblicata su PubMed US National Library of Medicine. Lo studio ha evidenziato che la manipolazione chiropratica delle vertebre cervicali e' in grado di produrre una dissezione delle arterie craniocervicali e le lesioni possono essere anche gravi. Coinvolti nello studio 8 donne e 5 uomini dell'eta' media di 44 anni, i cui dati sono stati estratti da un database: all'arrivo presentavano deficit neurologici e dolore a testa e collo comparsi in genere a poche ore o pochi giorni di distanza da una manipolazione chiropratica. I fattori valutati erano il tempo trascorso tra il trattamento e la comparsa dei sintomi, la posizione del segmento dell'arteria danneggiata, sintomi neurologici, trattamenti endovascolari, trattamenti chirurgici, risultati clinici e follow up radiografico. Dei 13 pazienti analizzati, tre sono rimasti disabili permanenti ed uno e' deceduto a causa di lesioni arteriose. Gli altri 9 partecipanti, sottoposti a cure farmacologiche o trattamenti chirurgici, sono guariti completamente.
martedì 17 aprile 2012
Creato apparecchio per avvisare i pazienti di infarto imminente
(AGI) - Washington, 17 apr. - Un apparecchio che si installa nel cuore ed e' capace di avvisare il paziente di un infarto imminente. E' quanto hanno sviluppato Mary Carol Day e Christopher Young, ricercatori americani e ideatori del sistema AngelMed Guardian. "Questo sistema, dalle dimensioni di un pacemaker, e' impiantabile nel cuore dei pazienti a rischio di infarti e rivela vibrazioni, suoni e altri stimoli visivi, tutti segnali d'allarme di un imminente attacco cardiaco", ha spiegato Day. "In questo modo, il paziente viene avvisato tramite un allarme vibrotattile che qualcosa va storto e che e' meglio consultare il medico o chiamare un'ambulanza al piu' presto nel caso di allarmi ad alta priorita'". AngelMed Guardian, come si legge sulla rivista scientifica 'Ergonomics in Design', e' correntemente sottoposto a test clinici per verificarne l'efficacia. "Se dovesse essere approvato per la vendita dalla Food and Drug Administration, potrebbe cambiare completamente l'interazione tra il paziente e il sistema sanitario", ha aggiunto Day.
giovedì 5 aprile 2012
Il Tai Chi migliora il cuore e i muscoli degli anziani
(AGI) - Londra, 4 apr. - Gli esercizi di Tai Chi migliorano le funzioni cardiovascolari e la forza muscolare nelle persone anziane. Lo ha scoperto uno studio pubblicato sull'European Journal of Preventive Cardiology. L'indagine, promossa dall'Hong Kong Polytechnic University, ha coinvolto 65 soggetti anziani: 29 reclutati da una palestra di Tai Chi che avevano praticato gli esercizi per almeno un'ora e mezza alla settimana per tre anni, e 36 persone senza alcuna esperienza di Tai Chi.
I risultati hanno mostrato che i soggetti che praticavano Tai Chi risultavano piu' in salute in quasi tutte le osservazioni emodinamiche, tra cui la pressione arteriosa, la resistenza vascolare e la pressione del polso. Un miglioramente significativo e' stato registrato, inoltre, in merito alla conformita' delle arterie grandi e piccole (dal 40-44 per cento in piu') e alla forza muscolare, in particolare del ginocchio.
William Tsang, principale autore dell'indagine, ha spiegato che "questo e' il primo studio che esamina i possibili effetti del Tai Chi sulla compliance arteriosa, confrontando i praticanti anziani Tai Chi con i coetanei non praticanti.
Riteniamo che il miglioramento provocato dagli esercizi dipenda dalla combinazione di allenamento aerobico, stretching, concentrazione mentale e meditazione promossa dai movimenti tipici del Tai Chi. Un ulteriore vantaggio che favorisce l a promozione della disciplina tra gli anziani - ha concluso - e' che puo' essere praticata in qualsiasi momento e ovunque, senza vincoli di apparecchiature o palestre
I risultati hanno mostrato che i soggetti che praticavano Tai Chi risultavano piu' in salute in quasi tutte le osservazioni emodinamiche, tra cui la pressione arteriosa, la resistenza vascolare e la pressione del polso. Un miglioramente significativo e' stato registrato, inoltre, in merito alla conformita' delle arterie grandi e piccole (dal 40-44 per cento in piu') e alla forza muscolare, in particolare del ginocchio.
William Tsang, principale autore dell'indagine, ha spiegato che "questo e' il primo studio che esamina i possibili effetti del Tai Chi sulla compliance arteriosa, confrontando i praticanti anziani Tai Chi con i coetanei non praticanti.
Riteniamo che il miglioramento provocato dagli esercizi dipenda dalla combinazione di allenamento aerobico, stretching, concentrazione mentale e meditazione promossa dai movimenti tipici del Tai Chi. Un ulteriore vantaggio che favorisce l a promozione della disciplina tra gli anziani - ha concluso - e' che puo' essere praticata in qualsiasi momento e ovunque, senza vincoli di apparecchiature o palestre
lunedì 27 febbraio 2012
Patologie cardiache. Il ritmo circadiano predice il rischio di attacchi di cuore
Non solo provoca il Jet Lag in caso di viaggi in luoghi molto lontani, ma potrebbe anche aumentare la probabilità di attacco cardiaco letale. Così l’orologio interno dei topi scandisce la percentuale di rischio di infarto. E i ricercatori vogliono scoprire se succede la stessa cosa negli uomini.26 FEB - Morire di un attacco cardiaco improvviso nel primo pomeriggio è improbabile. O meglio, è meno probabile che di sera o, ancor più, di mattina. La scoperta è stata fatta da un team di ricerca della Case Western Reserve University, che ha analizzato in che modo fluttuano i livelli di una particolare proteina che controlla il ritmo cardiaco e che sarebbe indice del rischio di morire per gravi aritmie. Il lavoro che ne parla è stato pubblicato su Nature.
Il funzionamento del corpo è scandito da una sorta di tabella temporale, conosciuta come ritmo circadiano, che si ripete ogni giorno simile a se stessa. Questo ‘orologio interno’ è quello che mantiene il corpo sincronizzato con l’ambiente circostante, e che causa il cosiddetto Jet Lag, ovvero la confusione o il sonno che si presentano quando si fa un viaggio in un posto con un fuso orario molto diverso da quello in cui si vive. Il fatto che il corpo sia ‘fuori sincro’ può dunque provocare dei disturbi.
Ma il ciclo circadiano agisce anche sull’espressione di alcune proteine nell’organismo, oltre che sulla stanchezza. In particolare, i ricercatori statunitensi hanno osservato come l’orologio interno del corpo controlli anche come si alzano e abbassano i livelli della proteina Klf15 (kruppel-like factor 15), che influenza i canali ionici nelle cellule e dunque il ritmo cardiaco.
Gli scienziati hanno anche osservato che sia i topi geneticamente modificati per produrre Klf15 in eccesso che quelli affatto in grado di produrla, presentavano una probabilità maggiore di sviluppare disturbi letali del ritmo cardiaco. Allo stesso modo, il rischio presentava un picco la mattina, per poi ritornare normale e rialzarsi solo la sera. “I canali ionici hanno a che fare con la stabilità elettrica del cuore”, ha spiegato Darwin Jeyaraj, della Case Western Reserve University School of Medicine. “Questo studio ci spiega in maniera un po’ più dettagliata come funzionano quelle variazioni nel battito cardiaco e quelle aritmie che conosciamo così bene nella pratica clinica”.Chiaramente, i ricercatori precisano che ci sono numerose differenze tra il funzionamento del cuore di un topo e quello di un essere umano, dunque non è detto che lo stesso meccanismo si verifichi anche nell’uomo.
I ricercatori sono comunque ottimisti:“Stiamo ancora grattando via solo la superficie – ha spiegato Mukesh Jain, ricercatore che ha lavorato allo studio – potrebbe darsi che grazie ad ulteriori studi scopriremo nuovi metodi di approccio, prognosi e trattamento dei disturbi cardiaci basati proprio sul ciclo circadiano”.
In particolare, fanno sapere gli scienziati che hanno lavorato allo studio, si potrebbe cambiare le abitudini cliniche in modo che queste vengano adattate in base alle maggiori o minori percentuali di rischio. “Ad esempio, semplicemente tarando i farmaci per la pressione in modo che vengano rilasciati gradualmente durante la mattinata, quando il pericolo è maggiore”, ha spiegato Michael Hastings, Medical Research Council's Laboratory of Molecular Biology. “Se ci si pensa è così semplice”.
Fonte: quotidianosanità.it
Il funzionamento del corpo è scandito da una sorta di tabella temporale, conosciuta come ritmo circadiano, che si ripete ogni giorno simile a se stessa. Questo ‘orologio interno’ è quello che mantiene il corpo sincronizzato con l’ambiente circostante, e che causa il cosiddetto Jet Lag, ovvero la confusione o il sonno che si presentano quando si fa un viaggio in un posto con un fuso orario molto diverso da quello in cui si vive. Il fatto che il corpo sia ‘fuori sincro’ può dunque provocare dei disturbi.
Ma il ciclo circadiano agisce anche sull’espressione di alcune proteine nell’organismo, oltre che sulla stanchezza. In particolare, i ricercatori statunitensi hanno osservato come l’orologio interno del corpo controlli anche come si alzano e abbassano i livelli della proteina Klf15 (kruppel-like factor 15), che influenza i canali ionici nelle cellule e dunque il ritmo cardiaco.
Gli scienziati hanno anche osservato che sia i topi geneticamente modificati per produrre Klf15 in eccesso che quelli affatto in grado di produrla, presentavano una probabilità maggiore di sviluppare disturbi letali del ritmo cardiaco. Allo stesso modo, il rischio presentava un picco la mattina, per poi ritornare normale e rialzarsi solo la sera. “I canali ionici hanno a che fare con la stabilità elettrica del cuore”, ha spiegato Darwin Jeyaraj, della Case Western Reserve University School of Medicine. “Questo studio ci spiega in maniera un po’ più dettagliata come funzionano quelle variazioni nel battito cardiaco e quelle aritmie che conosciamo così bene nella pratica clinica”.Chiaramente, i ricercatori precisano che ci sono numerose differenze tra il funzionamento del cuore di un topo e quello di un essere umano, dunque non è detto che lo stesso meccanismo si verifichi anche nell’uomo.
I ricercatori sono comunque ottimisti:“Stiamo ancora grattando via solo la superficie – ha spiegato Mukesh Jain, ricercatore che ha lavorato allo studio – potrebbe darsi che grazie ad ulteriori studi scopriremo nuovi metodi di approccio, prognosi e trattamento dei disturbi cardiaci basati proprio sul ciclo circadiano”.
In particolare, fanno sapere gli scienziati che hanno lavorato allo studio, si potrebbe cambiare le abitudini cliniche in modo che queste vengano adattate in base alle maggiori o minori percentuali di rischio. “Ad esempio, semplicemente tarando i farmaci per la pressione in modo che vengano rilasciati gradualmente durante la mattinata, quando il pericolo è maggiore”, ha spiegato Michael Hastings, Medical Research Council's Laboratory of Molecular Biology. “Se ci si pensa è così semplice”.
Fonte: quotidianosanità.it
giovedì 16 febbraio 2012
Salute: se si cammina con passo svelto meno rischio demenza
(ANSA) - MILANO, 16 FEB - La velocita' a cui si cammina o la forza della stretta di mano possono essere un buon indicatore del rischio di sviluppare demenza, ictus o problemi cardiaci piu' in la' negli anni. Lo sostiene uno studio americano segnalato oggi dalla Bbc.
Secondo i ricercatori ci sarebbe un legame tra una camminata lenta e una cattiva salute, non solo in termini di problemi cardiaci, come gia' rilevato da uno studio del 2009, ma anche di rischio di malattie neurodegenerative. Se ne sono resi conti analizzando nel tempo le immagini del cervello di 2.140 persone, di circa 62 anni, registrando la velocita' del loro passo e la forza della loro stretta di mano. Cosi' hanno visto che 11 anni piu' tardi, 34 delle persone studiate avevano sviluppato demenza e 79 avevano avuto un ictus. La conclusione e' le persone di mezz'eta', che camminano piu' lentamente, hanno un rischio di demenza superiore di una volta e mezza, mentre chi stringe piu' forte la mano ha una probabilita' di ictus o attacco ischemico minore del 42%. Gli scienziati hanno inoltre rilevato un legame tra passo lento, volume cerebrale minore, e peggiori risultati nei test di memoria, linguaggio e decisione, e un nesso tra una stretta di mano piu' forte, un maggior volume cerebrale e migliori risultati nei testi cognitivi. ''Ci sono dei test molto semplici - spiegano i ricercatori - che possono fare i neurologi o anche il medico di base per rilevare questo rischio. Serviranno comunque ulteriori studi di approfondimento''. (ANSA).
Secondo i ricercatori ci sarebbe un legame tra una camminata lenta e una cattiva salute, non solo in termini di problemi cardiaci, come gia' rilevato da uno studio del 2009, ma anche di rischio di malattie neurodegenerative. Se ne sono resi conti analizzando nel tempo le immagini del cervello di 2.140 persone, di circa 62 anni, registrando la velocita' del loro passo e la forza della loro stretta di mano. Cosi' hanno visto che 11 anni piu' tardi, 34 delle persone studiate avevano sviluppato demenza e 79 avevano avuto un ictus. La conclusione e' le persone di mezz'eta', che camminano piu' lentamente, hanno un rischio di demenza superiore di una volta e mezza, mentre chi stringe piu' forte la mano ha una probabilita' di ictus o attacco ischemico minore del 42%. Gli scienziati hanno inoltre rilevato un legame tra passo lento, volume cerebrale minore, e peggiori risultati nei test di memoria, linguaggio e decisione, e un nesso tra una stretta di mano piu' forte, un maggior volume cerebrale e migliori risultati nei testi cognitivi. ''Ci sono dei test molto semplici - spiegano i ricercatori - che possono fare i neurologi o anche il medico di base per rilevare questo rischio. Serviranno comunque ulteriori studi di approfondimento''. (ANSA).
martedì 14 febbraio 2012
GLI ANIMALI DOMESTICI FANNO BENE AL CUORE
(AGI) - Washington, 14 feb. - I pazienti con malattie croniche presentano una migliore risposta cardiaca se hanno un animale domestico. Lo dimostra un nuovo studio giapponese pubblicato sull'American Journal of Cardiology. Attraverso il monitoraggio del cuore di circa 200 pazienti, gli scienziati hanno trovato che coloro che hanno un animale domestico (sia esso peloso, squamoso o pennuto) presentano una maggiore variabilita' della frequenza cardiaca rispetto a quelli che non ne hanno. Cio' significa che i loro cuori rispondono meglio alle mutevoli esigenze del corpo, come ad esempio quella di battere velocemente durante le situazioni stressanti. Erika Friedmann, docente alla School of Nursing dell'Universita' del Maryland, non coinvolta nello studio ma specialista della materia, ha osservato che "lo studio fa compiere un passo in avanti a quanto gia' noto circa la connessione tra il possedere un 'Pet' e la salute del cuore di una persona". Nella ricerca gli scienziati giapponesi della Kitasato University di Kanagawa hanno monitorato 191 persone con diabete, pressione alta o colesterolo elevato nell'arco di 24 ore. Dai risultati della ricerca e' emerso che tra i proprietari di animali domestici circa il cinque per cento dei battiti cardiaci differivano di 50 millisecondi, mentre tra i non-proprietari di animali da compagnia, il range e' stato piu' limitato. Le cause della differenza non sono ancora note: "La mia ipotesi e' che gli animali svolgano una funzione di sostegno sociale, aiutino a ridurre lo stress e possano soddisfare alcune, anche se ovviamente non tutte, le esigenze sociali di compagnia", ha dichiarato Judith Siegel, docente alla UCLA School of Public Health di Los Angeles .
martedì 7 febbraio 2012
STAMINALI: ECCO CELLULE RIGENERAZIONE CARDIACA
(AGI) - Roma, 7 feb. - Uno studio italiano in collaborazione tra l'Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibcn-Cnr) di Roma e l'Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico MultiMedica di Milano apre nuove prospettive nel panorama delle terapie cellulari, dimostrando per la prima volta che i cardiomiociti - le cellule del cuore - possono essere una fonte di cellule staminali con caratteristiche 'differenziative' vantaggiose rispetto ad altre staminali. La ricerca, condotta dai ricercatori Roberto Rizzi e Claudia Bearzi, e' stata pubblicata sulla rivista Cell Death and Differentiation. "I cardiomiociti hanno capacita' proliferative minime se non assenti e cio' significa che a seguito di danno ischemico cardiaco, come per esempio nell'infarto, si crea una cicatrice riducendo la capacita' funzionale del cuore, situazione nota come scompenso cardiaco", spiega Roberto Rizzi. "Il nostro lavoro ha dimostrato che, attraverso l'introduzione di geni fetali all'interno del genoma di cardiomiociti post-natali, e' possibile ricondurre queste cellule gia' differenziate a uno stato embrionale. Una volta ottenute le staminali dai cardiomiciti, queste sono state indotte a differenziare nuovamente in cellule cardiache battenti. La ricerca ha messo in evidenza che le cellule multipotenti indotte ottenute dai cardiomiociti hanno una capacita' maggiore di ridiventare nuovamente cellule cardiache contrattili, rispetto ad altre cellule staminali, e ne ha definito le basi molecolari stabilendo che questa 'memoria' dipende da pochi geni". Grazie a questa ricerca, si apre la possibilita' di utilizzare i cardiomiociti come cellule staminali cardiache, passando per lo stadio embrionale. "Grazie alle loro capacita' differenziative, queste cellule potranno essere utilizzate per la riparazione del miocardio danneggiato", prosegue Claudia Bearzi. "La capacita' di generare qualsiasi tipo di tessuto e' esclusiva delle cellule staminali embrionali ma e' noto che restrizioni etiche limitano l'utilizzo delle stesse. Nel 2006, un ricercatore giapponese, Shinya Yamanaka, ha dimostrato la possibilita' di riportare cellule neonatali e adulte, quindi gia' differenziate, a una condizione di 'staminalita'', con la capacita' di generare tessuti pari a quella delle cellule staminali embrionali con l'introduzione di pochi geni fetali. Queste staminali ottenute da cellule mature erano state definite multipotenti indotte". Gli autori della ricerca sono rientrati in Italia dopo un lungo periodo lavorativo negli Stati Uniti d'America presso la Harvard Medical School. La ricerca e' stata finanziata dal ministero della Salute nell'ambito del programma 'giovani ricercatori' ed e' supportata da collaborazioni con altre istituzioni italiane, tra cui le Universita' di Torino, di Milano Bicocca e Vita e Salute San Raffaele di Milano .
lunedì 6 febbraio 2012
ICTUS: MUTAZIONE GENETICA NE AUMENTA IL RISCHIO
(AGI) - Londra, 6 feb. - Una variante genetica che aumenta il rischio di incorrere in un tipo comune di ictus e' stata identificata da un team internazionale di studiosi guidati dalla St. George University. Lo studio e' stato pubblicato online su Nature Genetics. Si tratta di una delle poche varianti genetiche finora associate con il rischio di ictus e la scoperta apre nuove possibilita' per la cura di questa patologia. L'ictus e' la seconda causa di morte nel mondo (si stimano oltre sei milioni di morti all'anno), e nei paesi sviluppati e' una delle principali cause di disabilita' cronica. I ricercatori del St. George, della University of London e della Oxford University, in collaborazione con scienziati provenienti da Europa, America e Australia, in uno dei piu' grandi studi genetici sull'ictus effettuati sino a oggi, hanno confrontato il patrimonio genetico di oltre 10.000 persone che avevano sofferto di un ictus, mettendoli in rapporto con quello di 40.000 individui sani. Lo studio e' stato finanziato dalla Wellcome Trust. I ricercatori hanno cosi' scoperto un'alterazione di un gene chiamato HDAC9, responsabile del rischio di ictus ischemico alle grandi arterie. Questa variante si verifica normalmente in circa il 10 per cento dei cromosomi, e nelle persone che ne portano due copie (uno ereditato da ciascun genitore) si e' visto raddoppiare il rischio di incorrere in questo tipo di ictus rispetto a quelli con nessuna copia della variante. Una migliore comprensione di questo meccanismo potrebbe portare a nuovi farmaci per trattare o prevenire lo stroke. "Questa scoperta - ha detto Hugh Markus, docente presso la St. George University e primo autore dello studio - ci indica un meccanismo completamente nuovo nell'insorgenza dell'ictus. Il passo successivo della ricerca consiste nel determinare in modo piu' approfondito il rapporto tra il gene HDAC9 e il manifestarsi dell'ictus e vedere se siamo in grado di sviluppare nuovi trattamenti che riducono il rischio".
Peter Donnelly, direttore del Wellcome Trust Centre for Human Genetics dell'Universita' di Oxford, ha detto: "Il nostro studio mostra che i diversi sottotipi di ictus potrebbero coinvolgere meccanismi genetici molto diversi fra loro. Si tratta di acquisizioni molto affascinanti.
Peter Donnelly, direttore del Wellcome Trust Centre for Human Genetics dell'Universita' di Oxford, ha detto: "Il nostro studio mostra che i diversi sottotipi di ictus potrebbero coinvolgere meccanismi genetici molto diversi fra loro. Si tratta di acquisizioni molto affascinanti.
lunedì 30 gennaio 2012
CUORE: PRESSIONE VARIA A SECONDA DEL BRACCIO
(AGI) - Londra, 30 gen. - Una pressione sistolica (la "massima") diversa a seconda del braccio scelto per la misurazione potrebbe indicare un potenziale rischio di malattie vascolari e addirittura un incremento nelle probabilita' di morte. Lo studio degli scienziati dell'Universita' di Exeter, pubblicato su 'The Lancet', ha passato in rassegna 28 articoli scientifici che si occupavano delle differenze di pressione sanguigna sistolica in base al braccio. Una differenze di almeno 15 punti (mm di mercurio) era associata con un rischio incrementato di malattie vascolari periferiche (come l'indurimento delle arterie che portano il sangue agli arti, con un aumento del rischio di 2,5 volte), un aumento del 70 per cento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari mortali e in generale del 60 per cento di altre causa di mortalita'. Il tutto indipendentemente dal fatto che si fosse o meno di fronte a ipertensione. "I nostri studi mostrano che una differenza che parte da 10-15 punti potrebbe aiutare a identificare i pazienti che hanno un'alta probabilita' di sviluppare malattie vascolari periferiche altrimenti asintomatiche e la verifica della pressione sanguigna misurata su entrambe le braccia dovrebbe entrare nelle analisi di routine", ha spiegato Christopher E. Clark, tra gli autori della ricerca.
venerdì 13 gennaio 2012
INFARTO: MARATONA, ARRESTI CARDIACI IN AUMENTO
(AGI) - Londra, 13 gen. - Il rischio di arresto cardiaco durante una maratona o una mezza maratona e' solitamente basso, ma negli ultimi dieci anni e' significativamente aumentato. Lo afferma uno studio americano appena pubblicato sul New England Journal of Medicine. Secondo i ricercatori gli uomini corrono un rischio maggiore rispetto alle donne, e rappresentano un pericolo maggiore per le arterie e il cuore le maratone rispetto alle mezze maratone. "I risultati suggeriscono che i corridori e i loro medici devono rendersi conto che le malattie cardiache possono prendere piede anche su corridori che sembrerebbero essere il ritratto della salute", ha spiegato Aaron Baggish, coautore dello studio e medico del Massachusetts General Hospital. "Essere un corridore e' uno dei modi migliori per rimanere in buona salute e ridurre il rischio di malattie.
Ma ovviamente non garantisce una protezione dalle malattie al 100 per cento", ha aggiunto. "Le persone che riscontrano maggiori difficolta' sono quelle con disturbi congeniti o che hanno comunque sviluppato questo tipo di disturbi durante il normale processo di invecchiamento". La partecipazione alle gare sulla lunga distanza e' rapidamente aumentata negli ultimi anni. Solo negli Stati Uniti la partecipazione alle maratone (42 km) e' quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni arrivando a coinvolgere nel 2010 circa 2 milioni di persone. I risultati della ricerca sono basati su un database che ha riunito tutte le maratone e mezze maratone svolte in America da gennaio 2000 fino al maggio 2010, arrivando a comprendere informazioni su 10,9 milioni di iscritti. In tutto, ci sono stati 59 casi di arresti cardiaci, 42 dei quali fatali; il che significa un rischio di uno su 184.000 corridori, con un rischio di morte improvvisa di uno su 259.000. "Una percentuale complessivamente bassa", ha detto Baggish. Il rischio di arresto cardiaco e' stato di cinque volte superiore negli gli uomini rispetto alle donne, triplicando negli ultimi cinque anni di studio. "Tende a cimentarsi a questo tipo di gare anche gente che e' stata precedentemente sedentaria, ed e' chiaro che in questi casi prevalgono fattori di rischio cardiovascolare maggiori", ha concluso.
Ma ovviamente non garantisce una protezione dalle malattie al 100 per cento", ha aggiunto. "Le persone che riscontrano maggiori difficolta' sono quelle con disturbi congeniti o che hanno comunque sviluppato questo tipo di disturbi durante il normale processo di invecchiamento". La partecipazione alle gare sulla lunga distanza e' rapidamente aumentata negli ultimi anni. Solo negli Stati Uniti la partecipazione alle maratone (42 km) e' quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni arrivando a coinvolgere nel 2010 circa 2 milioni di persone. I risultati della ricerca sono basati su un database che ha riunito tutte le maratone e mezze maratone svolte in America da gennaio 2000 fino al maggio 2010, arrivando a comprendere informazioni su 10,9 milioni di iscritti. In tutto, ci sono stati 59 casi di arresti cardiaci, 42 dei quali fatali; il che significa un rischio di uno su 184.000 corridori, con un rischio di morte improvvisa di uno su 259.000. "Una percentuale complessivamente bassa", ha detto Baggish. Il rischio di arresto cardiaco e' stato di cinque volte superiore negli gli uomini rispetto alle donne, triplicando negli ultimi cinque anni di studio. "Tende a cimentarsi a questo tipo di gare anche gente che e' stata precedentemente sedentaria, ed e' chiaro che in questi casi prevalgono fattori di rischio cardiovascolare maggiori", ha concluso.
SCOPERTO MECCANISMO LEGAME SALE-IPERTENSIONE
(AGI) - Washington, 13 gen - Un team di ricercatori della Boston University School of Medicine (BUSM), sfata il luogo comune secondo cui l'ipertensione e' semplicemente dovuta all'eccesso di sale nelle arterie. Pubblicato online sul Journal of Hypertension, lo studio dimostra che l'eccesso di sale stimola il sistema nervoso simpatico per la produzione di adrenalina, che a sua volta e' causa di costrizione delle arterie e di ipertensione. La ricerca e' stata condotta da Irene Gavras e Haralambos Gavras, entrambi professori di Medicina presso la BUSM. "Lo scopo di questo lavoro - ha dichiarato la Gavras - e' quello di correggere un concetto erroneo prevalso per molti anni, nonostante evidenze scientifiche abbiano da tempo mostrato il contrario". Il termine 'volume ampliato di ipertensione' implica che l'eccesso di sale porta a una maggiore ritenzione di liquidi all'interno del sistema della circolazione arteriosa, causando un aumento del volume del sangue e di pressione sulle pareti arteriose.
Tuttavia, la ricerca ha dimostrato che le condizioni caratterizzate dalla espansione del volume del sangue, come la secrezione di ormoni antidiuretici o l'innalzamento eccessivo di zucchero nel sangue, non causano un aumento della pressione sanguigna perche' il fluido in eccesso e' ospitato dalla distensione dei capillari e nelle vene. .
Tuttavia, la ricerca ha dimostrato che le condizioni caratterizzate dalla espansione del volume del sangue, come la secrezione di ormoni antidiuretici o l'innalzamento eccessivo di zucchero nel sangue, non causano un aumento della pressione sanguigna perche' il fluido in eccesso e' ospitato dalla distensione dei capillari e nelle vene. .
lunedì 19 dicembre 2011
CUORE: RISINCRONIZZAZIONE PER SCOMPENSO FA BENE
(AGI) - Bruxelles, 19 dic. - Un'indagine europea chiarisce i benefici della terapia di risincronizzazione cardiaca nello scompenso cardiaco: sostanziali miglioramenti nei sintomi e aumento della sopravvivenza. Studi clinici su larga scala hanno evidenziato l'effetto benefico della terapia di risincronizzazione cardiaca (CRT), ora raccomandata nelle linee guida principali europee e americane per il trattamento e la prevenzione dello scompenso. La ricerca promossa dalla Commissione europea CRT Survey che ha pubblicato i risultati sull'European Journal of Heart Failure, sostiene che la CRT effettivamente riduce i tassi di morte e il numero di ri-ospedalizzazioni tra i pazienti con insufficienza cardiaca.
In effetti, dopo un anno di indagine a maggior parte dei pazienti che avevano ricevuto un dispositivo CRT ha considerato i propri sintomi migliorati rispetto alle valutazioni relative al periodo del pre-impianto. L'indagine - iniziativa congiunta dell'Heart Failure Association e dell'European Heart Rhythm Association of the European Society of Cardiology (ESC) - ha raccolto informazioni su piu' di 2000 pazienti in 141 centri in 13 Paesi europei. Lo scopo era valutare l'effetto della CRT su tre elementi: gravita' dei sintomi cardiovascolari, ri-ospedalizzazione e sopravvivenza. Il campione comprendeva soggetti con scompenso cardiaco, con fibrillazione atriale e precedentemente trattati con pacemaker o altri dispositivi.
Analisi dei dati dell'indagine hanno mostrato che in un anno in media l'81 per cento ha registrato un miglioramento di auto-valutazione dei sintomi (con il 16 che non dava nessuna variazione e il 4 che registrava un peggioramento). L'indagine ha anche rilevato che quasi il 25% dei soggetti era morto o era stato nuovamente ricoverato entro i 12 mesi di follow-up.
Questo risultato (il cui tasso e' coerente con quello che si trova negli studi clinici) e' direttamente associato alla gravita' della diagnosi di insufficienza cardiaca, alla pre-esistenza di fibrillazione atriale (o altre malattie cardiache) e al tipo di dispositivo di risincronizzazione cardiaca impiantato. I pazienti impiantati con un solo dispositivo di stimolazione (CRT-P) avevano piu' alti tassi di mortalita' rispetto a quelli il cui dispositivo aveva un ulteriore defibrillatore (CRT-D). Nigussie Bogale dello Stavanger University Hospital in Norvegia, autore della ricerca, commenta: "E' il piu' grande studio che evidenzia le differenze tra CRT-D e CRT-P. L'uso di avanzati dispositivi CRT ha acquisito un crescente successo negli ultimi anni e ora sono impiantati su larga scala, in aggiunta alla terapia farmacologica. I due tipi di dispositivi costituiscono una rivoluzione nello scompenso cardiaco". Uno studio citato come una delle piu' recenti linee guida sullo scompenso cardiaco nel 2009 ha rilevato che in Europea il numero di fissaggi CRT e' passato dai 46 milioni del 2004 ai 99 del 2008.
In effetti, dopo un anno di indagine a maggior parte dei pazienti che avevano ricevuto un dispositivo CRT ha considerato i propri sintomi migliorati rispetto alle valutazioni relative al periodo del pre-impianto. L'indagine - iniziativa congiunta dell'Heart Failure Association e dell'European Heart Rhythm Association of the European Society of Cardiology (ESC) - ha raccolto informazioni su piu' di 2000 pazienti in 141 centri in 13 Paesi europei. Lo scopo era valutare l'effetto della CRT su tre elementi: gravita' dei sintomi cardiovascolari, ri-ospedalizzazione e sopravvivenza. Il campione comprendeva soggetti con scompenso cardiaco, con fibrillazione atriale e precedentemente trattati con pacemaker o altri dispositivi.
Analisi dei dati dell'indagine hanno mostrato che in un anno in media l'81 per cento ha registrato un miglioramento di auto-valutazione dei sintomi (con il 16 che non dava nessuna variazione e il 4 che registrava un peggioramento). L'indagine ha anche rilevato che quasi il 25% dei soggetti era morto o era stato nuovamente ricoverato entro i 12 mesi di follow-up.
Questo risultato (il cui tasso e' coerente con quello che si trova negli studi clinici) e' direttamente associato alla gravita' della diagnosi di insufficienza cardiaca, alla pre-esistenza di fibrillazione atriale (o altre malattie cardiache) e al tipo di dispositivo di risincronizzazione cardiaca impiantato. I pazienti impiantati con un solo dispositivo di stimolazione (CRT-P) avevano piu' alti tassi di mortalita' rispetto a quelli il cui dispositivo aveva un ulteriore defibrillatore (CRT-D). Nigussie Bogale dello Stavanger University Hospital in Norvegia, autore della ricerca, commenta: "E' il piu' grande studio che evidenzia le differenze tra CRT-D e CRT-P. L'uso di avanzati dispositivi CRT ha acquisito un crescente successo negli ultimi anni e ora sono impiantati su larga scala, in aggiunta alla terapia farmacologica. I due tipi di dispositivi costituiscono una rivoluzione nello scompenso cardiaco". Uno studio citato come una delle piu' recenti linee guida sullo scompenso cardiaco nel 2009 ha rilevato che in Europea il numero di fissaggi CRT e' passato dai 46 milioni del 2004 ai 99 del 2008.
mercoledì 23 novembre 2011
INFARTO: E' PIU' GRAVE SE SI VERIFICA DI MATTINA, STUDIO
(AGI) - New York, 23 nov. - L'entita' di un attacco di cuore dipende dall'ora in cui si verifica. E' quanto riporta uno studio pubblicato sulla versione on line della rivista Circulation Research. Per l'esattezza, la maggior quantita' di danni al cuore si verifica quando gli individui hanno un attacco cardiaco tra l'una e le cinque del mattino. In una precedente ricerca sui roditori, la dimensione infartuale ha mostrato una dipendenza circadiana sul tempo di occlusione coronarica. Come e' noto, il ritmo circadiano e' endogenamente diretto da processi biochimici che dettano la sequenza delle 24 ore, e cio' sia negli animali sia nell'uomo. Ma non era ancora noto se questa dipendenza si verificasse o meno anche negli esseri umani. "Stavamo cercando di accertare se l'ora del giorno di un attacco di cuore influenzi la quantita' di danni provocati o se questo sia un fenomeno riscontrabile solo nei roditori", ha spiegato il primo autore dello studio Jay H.
Traverse, cardiologo al Minneapolis Heart Institute dell'Abbott Northwestern Hospital di Minneapolis. La ricerca e' stata effettuata analizzando il database relativo a 1.031 pazienti che avevano subito un infarto miocardico acuto. I ricercatori hanno osservato che la portata della dimensione dell'infarto e' risultata significativamente associata al tempo di insorgenza dell'infarto durante il giorno. I danni piu' elevati sono stati riscontrati quando l'infarto si e' verificato tra l'una e le cinque del mattino. "E 'importante capire - ha spiegato Traverse - che la capacita' del cuore di proteggersi contro i danni piu' gravi varia nel corso di un ciclo di 24 ore.
Identificare i cambiamenti di protezione puo' essere particolarmente rilevante per le case farmaceutiche che stanno cercando di sviluppare farmaci cardioprotettivi".
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Traverse, cardiologo al Minneapolis Heart Institute dell'Abbott Northwestern Hospital di Minneapolis. La ricerca e' stata effettuata analizzando il database relativo a 1.031 pazienti che avevano subito un infarto miocardico acuto. I ricercatori hanno osservato che la portata della dimensione dell'infarto e' risultata significativamente associata al tempo di insorgenza dell'infarto durante il giorno. I danni piu' elevati sono stati riscontrati quando l'infarto si e' verificato tra l'una e le cinque del mattino. "E 'importante capire - ha spiegato Traverse - che la capacita' del cuore di proteggersi contro i danni piu' gravi varia nel corso di un ciclo di 24 ore.
Identificare i cambiamenti di protezione puo' essere particolarmente rilevante per le case farmaceutiche che stanno cercando di sviluppare farmaci cardioprotettivi".
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lunedì 16 maggio 2011
MEDICINA: INFARTO, CAMMINARE SVELTI CURA COME I FARMACI
(ANSA) - ROMA - Camminare velocemente, quasi correre, per mezz'ora 4-5 volte alla settimana abbatte del 25% il rischio di ricadute per chi ha avuto un infarto. Invece dei farmaci il programma riabilitativo potrebbe prevedere questa prescrizione visti i risultati definitivi di uno studio italiano condotto su oltre 1.440 pazienti. I dati della ricerca sono stati discussi nel corso del congresso dell'Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (Anmco), a Firenze dall'11 al 14 maggio. "Per attività fisica in fase di riabilitazione - afferma Marino Scherillo, presidente Anmco - si intende un impegno di 30 minuti per 4-5 volte alla settimana con un'intensità assimilabile a quella di chi è in ritardo per un appuntamento, un passo accelerato fino alla percezione della fatica. Il risultato è: migliore capacità aerobica, effetti positivi sulla capacità lavorativa, riduzione del rischio di nuovi infarti, infatti, diminuisce la frequenza cardiaca e aumenta allo stesso tempo la forza del cuore. La camminata veloce riduce, inoltre, i grassi nel sangue, ha effetti antipertensivi ed è un ottimo antidepressivo. Non ci sono limiti di età per cominciare a muoversi di più, basta individuare i modi e i tempi giusti per ciascun paziente e seguire qualche precauzione nei soggetti più fragili".(ANSA).
Fonte: Federfarma
Fonte: Federfarma
martedì 1 febbraio 2011
COLESTEROLO KILLER, OLTRE 17 MLN DI MORTI L'ANNO
(AGI) - New York, 1 feb. - Il colesterolo alto e' uno dei piu' temibili killer al mondo: oltre 17 milioni di morti ogni anno. Colpa delle malattie cardiovascolari, infarto e ictus in primis, che proprio con il colesterolo alto trovano terreno fertile. E' l'allarme lanciato dall'Oms che ha condotto il piu' grande studio mai fatto su questo tema, comprendendo un bacino di 147 milioni di persone. L'Organizzazione mondiale della Sanita' sottolinea che la maggior parte delle persone con livelli elevati di colesterolo non riceve le cure necessarie per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. Molte di queste persone -che vivono in Inghilterra, Germania, Giappone, Giordania, Messico, Scozia, Thailandia e Stati Uniti- non sanno che hanno bisogno di curarsi e che le terapie sono facilmente accessibili con medicinali a basso costo.
Lo studio, pubblicato oggi sul Bollettino dell'Oms, e' il primo a mostrare l'entita' del divario di trattamento per il colesterolo alto. In Thailandia, per esempio, il 78% degli adulti intervistati non era a conoscenza di essere a rischio, mentre in Giappone al 53% degli adulti sono stati diagnosticati alti livelli di colesterolo ma non sono stati curati. "I farmaci che abbassano il colesterolo sono ampiamente disponibili, molto efficaci e possono svolgere un ruolo essenziale nella riduzione delle malattie cardiovascolari in tutto il mondo", afferma il coautore dello studio, il dottor Gregory A Roth, dell'Institute for Health Metrics Evaluations americano. "Nonostante questo, la copertura di questi farmaci efficaci per il controllo del colesterolo alto resta deludente.
Poche e semplici modifiche dello stile di vita come ad esempio evitare l'uso del tabacco, attivita' fisica regolare e una dieta sana possono aiutare a prevenire malattie cardiache e ictus", spiega Shanthi Mendis, coordinatore dell'Unita' prevenzione e gestione malattie croniche dell'Oms, "I farmaci per il colesterolo nel sangue e la pressione arteriosa possono essere necessari se il rischio e' molto alto".
Lo studio, pubblicato oggi sul Bollettino dell'Oms, e' il primo a mostrare l'entita' del divario di trattamento per il colesterolo alto. In Thailandia, per esempio, il 78% degli adulti intervistati non era a conoscenza di essere a rischio, mentre in Giappone al 53% degli adulti sono stati diagnosticati alti livelli di colesterolo ma non sono stati curati. "I farmaci che abbassano il colesterolo sono ampiamente disponibili, molto efficaci e possono svolgere un ruolo essenziale nella riduzione delle malattie cardiovascolari in tutto il mondo", afferma il coautore dello studio, il dottor Gregory A Roth, dell'Institute for Health Metrics Evaluations americano. "Nonostante questo, la copertura di questi farmaci efficaci per il controllo del colesterolo alto resta deludente.
Poche e semplici modifiche dello stile di vita come ad esempio evitare l'uso del tabacco, attivita' fisica regolare e una dieta sana possono aiutare a prevenire malattie cardiache e ictus", spiega Shanthi Mendis, coordinatore dell'Unita' prevenzione e gestione malattie croniche dell'Oms, "I farmaci per il colesterolo nel sangue e la pressione arteriosa possono essere necessari se il rischio e' molto alto".
mercoledì 8 dicembre 2010
INFARTO: NUOVO TEST PREDICE RISCHIO ENTRO 6 ANNI
(AGI/AFP) - Washington, 8 dic. - Un nuovo test del sangue messo a punto dalla Roche predice il rischio di infarto entro 6 anni in pazienti apparentemente sani. L'esame, 10 volte piu' sensibile dell'attuale, riesce ad individuare concentrazioni minime della 'proteina troponina T cardiaca' (cTnT). Se questa e' presente anche in dosi ridottissime il rischio di morire di infarto entro 6 anni e sette volte maggiore. I risultati della sperimentazione, che ha coinvolto oltre 3.500 persone, sono pubblicati sul Journal of the American Medical Association (Jama). L'aumento della CtnT nel sangue indica un danno cardiaco o un'importante sofferenza del cuore. (AGI)
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