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giovedì 12 luglio 2007

DOPING NEL GOLF

POSITIVO IL 13 PER CENTO DEI GIOCATORI PROFESSIONISTI ESAMINATI DALLA FEDERAZIONE FRANCESE: TROVATI COCAINA, ECSTASY, BETABLOCCANTI E STEROIDI
La fine di un mito:
anche nel golf
è arrivato il doping
L’ex campione Greg Norman aveva sollecitato più controlli «così, per avvisare i ragazzi»
19/7/2006
LA STAMPA.IT di Vittorio Sabadin



Colpiscono la pallina senza sforzo e la fanno cadere a 300 metri di distanza, poi dopo un corto colpo a correre la mandano vicino all’asta e la imbucano con calma e freddezza. Sono gli eroi degli 80 milioni di golfisti dilettanti del mondo, impegnati in ogni week-end a cercare la palla finita tra i cespugli, o a dimenticarla per sempre in fondo a un laghetto. Ma da ieri alcuni dei professionisti del golf hanno perso l’immagine di supermen che hanno sempre avuto: la loro abilità non è dovuta alle ore passate in campo pratica ad allenarsi, ma alle sostanze dopanti che ingeriscono prima delle gare.

Una serie di analisi svolte dalla Federazione francese nel corso di cinque anni sui migliori giocatori dei tornei ha evidenziato che circa il 13 per cento dei professionisti ricorreva a sostanze vietate. Nel rapporto non ci sono nomi, ma c’è una grande preoccupazione che il fenomeno si estenda, minando alle basi lo spirito di quello che finora era considerato l’ultimo sport dei gentlemen, l’unico nel quale i giocatori sono tenuti ad osservare un comportamento rispettoso, onorevole e integro. In gara, ogni giocatore è giudice di se stesso e deve segnalare eventuali infrazioni alle regole che ha commesso anche se nessuno se ne è accorto. Si può immaginare che in una partita di calcio i giocatori vadano dall’arbitro per informarlo di avere commesso un fallo che lui non ha visto? Le regole scritte dal Royal & Ancient Golf Club di St. Andrews, fondato nel 1754, erano state pensate per un mondo di gente abituata alle buone maniere, che non deve disturbare l’avversario mentre tira il suo colpo, deve dimostrare la stessa placida indifferenza dopo un tiro riuscito o dopo uno disastroso, rimettere a posto le zolle d’erba che ha sollevato con la mazza, vestirsi e comportarsi in modo appropriato, nello «spirito del gioco».

Negli Stati Uniti e in Giappone una partita di golf è considerata dai dirigenti d’azienda il mezzo migliore per valutare un proprio collaboratore, o un potenziale nuovo socio: rispetta le regole o tende a barare? Come affronta le difficoltà? Cerca il tiro più rischioso o la soluzione più tranquilla? Si deprime se le cose vanno male o cerca di risalire la china? Gioca con la freddezza dei professionisti o si emoziona? La base di tutto il gioco è l’onestà, la capacità di accettare e affrontare i propri limiti.

La notizia che la freddezza dimostrata da molti professionisti era dovuta all’uso di betabloccanti, la resistenza alla fatica a medicinali contro l’asma come il Sambutamol, la potenza a steroidi, per non parlare delle tracce di cocaina e di extasy, ha fatto crollare il mito dell’ultimo sport «onesto». Si era sempre pensato che non esistessero droghe utili a migliorare il gioco di un professionista, ma Greg Norman, uno dei più grandi campioni del passato, qualche sospetto doveva averlo avuto: tempo fa aveva proposto di fare esami a campione nei maggiori tornei, «così, per avvisare i ragazzi che qualcuno li controlla».

Oltre ai francesi, alcune federazioni - come quella italiana - hanno iniziato a eseguire test a sorteggio tra i finalisti delle gare. Christophe Muniesa, il presidente della Federazione francese, ha invitato gli organizzatori del British Open a introdurre esami antidoping a partire dall’edizione di quest’anno. «Si fanno test alle Olimpiadi e ai mondiali di calcio - ha scritto in una lettera - perché non farli anche nella gara più importante del mondo? Se li faremo, la gente capirà che il golf è ancora uno sport pulito». Un’opinione condivisa anche da Conor O’Brian, ex presidente dell’agenzia antidoping irlandese, che ha dichiarato al Guardian: «Il golf è molto cambiato ed è diventato negli ultimi anni uno sport di potenza: tirare la palla a 300 metri invece che a 250 in gara fa una bella differenza. Il doping è presente in ogni altro sport, sarebbe folle pensare che il golf non sia contaminato dalla stessa malattia».

Soprattutto se si pensa che la posta in gioco è sempre più alta. La cifra media messa in palio nei maggiori tornei americani è di 800 mila dollari per il vincitore, ma l’assegno in molti casi supera il milione di dollari. I professionisti passano da un torneo all’altro in continuazione, vivono in areo, in albergo e sul campo, e le gare sono sempre più competitive. Ma il Royal & Ancient continua a rifiutarsi di prendere in considerazione l’idea che un giocatore di golf sia uguale ai giocatori di tutti gli altri sport e possa trovare una soluzione ai suoi stress con il doping. Il tema è stato accennato nelle regole quasi con fastidio, come un semplice «avviso» del quale i veri gentlemen non hanno bisogno.

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